A Serious Man

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Siamo davanti ad un uomo comune, un professore di fisica che insegna all’Università, il suo nome è Larry Gopnik: ha un fratello disoccupato che dorme tutto il giorno sul divano di casa, un figlio problematico e una figlia che continua a rubargli i soldi. L’uomo ha scoperto che la moglie sta per lasciarlo perché si è innamorata di un altro.
Nel momento in cui la moglie sembra pronta a farsi una nuova vita e soprattutto quando Larry rischierà di perdere la sua cattedra, vi sarà un vero cambiamento, e l’uomo deciderà di chiedere aiuto a tre rabbini.

“A serious man” è un film senza sfogo, con un significato mancante, almeno apparentemente, non spiega davvero nulla, o meglio non lo fa in maniera tradizionale. La fine stessa del film rappresenta un po’ il punto centrale della pellicola.
I Coen costruiscono ogni sequenza con una cura perfetta e il risultato di “A serious man” è straordinario, un film che ti provoca una forte morsa nello stomaco, che mantiene ben attiva la concentrazione dello spettatore.
Il film è stato inserito come commedia, c’è da dire che è un tipo di humor particolare, perché sappiate che non si riderà, a meno che non decidiate di sforzarvi nel farlo.
Per rendere maggiormente credibile il tutto, i due cineasti scelgono volti nuovi, non noti, permettendo a noi di vivere la storia nella sua totalità, senza dar troppo spazio a chi siano questi “attori” un po’ sconosciuti.

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Il mio amico Eric

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Eric è un postino, con una vita un po’ depressa a causa della moglie che ha deciso di lasciarlo, mollandolo con due figliastri che lo trattano come un cane. Anche il lavoro non va poi così bene e l’uomo trova un po’ di consolazione negli amici, con cui ha una passione in comune: il Manchester United.
Proprio quando si trova al limite, si manifesta il suo idolo del calcio, Eric Cantona, l’attaccante del Manchester, che prende vita da un poster appeso in camera sua. Solo grazie ai suoi consigli Eric potrà riprendere in mano la sua vita.

Si trattano tematiche importanti e dure, ma con uno spirito allegro, e con la voglia di mostrare che tutto può essere superato qualora lo si voglia.
Lo stesso regista Ken Loach ha una gigantesca passione per il calcio e la voglia di trasmettere la sana tifoseria che aggiunta alla solidarietà e alla passione diventano le chiavi per rendere meno oneroso il nostro vivere.
Il protagonista scelto dal regista fa tenerezza per la sua vita, per la sfortuna che lo perseguita e, sfruttando il mito della fiaba, in qualche modo lo aiuta a trovare una soluzione ricorrendo al suo eroe.
Cantona, quello vero, dà al film una marcia in più, sfodera una serie di proverbi che magari non significano nulla ma che spronano il protagonista.
Il film è divertente, semplice, fa divertire senza superficialità ed invita a prendere in mano la propria esistenza senza prendersi troppo sul serio.

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Meno male che ci sei

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Abbiamo due protagoniste femminili: l’adolescente Allegra (Chiara Martegiani) e la trentenne Luisa (Claudia Gerini), sognatrice donna immersa in una relazione con il padre della giovane ragazza. Sarà per colpa di una tragica circostanza che le due si incontreranno e finiranno per diventare complici, amiche, punto di forza l’uno per l’altra.

Dopo il successo di “Ho voglia di te”, Luis Prieto torna con questa storia rivolta al mondo degli adulti. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Maria Daniela Raineri (autrice anche della sceneggiatura), e si affida ad una regia semplice per seguire i personaggi al meglio basandosi anche su scenografie e costumi non troppo eccessivi, che vanno a completare perfettamente il resto.
Gli uomini vengono dipinti come donnaioli, le donne appaiono forse come schiave.
La prova delle due attrici è convincente (la Martegiani arriva da Amici) e nonostante non ci troviamo di fronte a un capolavoro, la storia rende tutto più piacevole da guardare, specialmente per un pubblico femminile medio giovane!

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Triage

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Mark e David sono due fotoreporter che lavorano nel Kurdistan in guerra; il primo è molto ambizioso e vuole in tutti i modi seguire i combattimenti, il secondo molla tutto per tornare a casa dalla compagna. Una volta rimasto ferito, anche Mark farà ritorno nella sua Irlanda e verrà a conoscenza di una tragica notizia: David è scomparso, smarrito.
Mark è tormentato dalle sue paure, dai giorni vissuti in guerra ed è incapace di tornare a vivere la sua quotidianità con Elena; ‘idea di avere una qualche responsabilità sul mancato ritorno del partner, gli impedisce di camminare. L’uomo viene portato in ospedale e gli scoprono una paralisi causata da un problema psicologico dettato da quanto successo a David, un qualcosa che lui non vuol ricordare.

“Triage”
è stato il film di apertura del Festival del cinema di Roma. Danis Tanovic è sia regista che sceneggiatore, lui che nel 2002 vinse l’Oscar per il lungometraggio “No man’s land”. Le intenzioni del film “Triage” sono ottime, anche se il film risulta statico, didascalico. Forse non funziona troppo la scelta di non dire e mostrare una parte fondamentale dell’esperienza vissuta dal protagonista, che si spiega solo alla fine con un flashback.
Bravissimo Colin Farrell terribilmente smagrito per il film, ma purtroppo manca qualcosa.

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