
Questa volta, con questo film, Michael Moore (Bowling a Colombine, Sicko e l’ultimo Fahrenheit 9/11) torna non solo per presentare un qualsiasi documentario nel suo stile, ovvero con tanto di inchiesta, ma vuole davvero raccontare una storia di sentimento…un pò a richiamare il titolo stesso.
Traendo spunto e iniziando proprio dall’antica Roma, inizia un percorso che racconta di amore e denaro, passando ovviamente per la corruzione; si evince a breve che il “Capitalismo” (nato dalla crisi economica) è per il regista il più grande male della Storia dell’umanità.
Milioni di persone senza lavoro, senza casa, scioperi continui dove migliaia di persone chiedono un diritto mai riconosciuto, rischiando così di ritrovarsi (ritrovarCi) senza un futuro.
A parte Fahrenheit 9/11, che personalmente ho amato per quanto schietto e tagliente, Capitalism: A love story è arrivato ancora più lontano; Moore conosce il problema e riesce a raggiungerlo catturando lo spettatore che inconsciamente non vive più la condizione come un problema, forse fino alla fine del film, quando, una volta usciti dal cinema, tutti ci rendiamo conto di come sia terribilmente reale…la nostra realtà d’oggi giorno. Il tema è chiaramente molto complesso e non viene solo raccontato, ma si scava in profondità per cogliere i motivi reali della crisi mondiale.
Non mancano le solite “citazioni” per Bush, vi sono i nomi di coloro che hanno fregato l’amministazione pubblica e Obama viene nuovamente elogiato come lo “Zorro della nostra epoca”. E per concludere vi dico una sola cifra: 14mila posti di lavoro persi ogni giorno che passa!