Archive for Agosto, 2009

Smile

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Un film horror che ci racconta le vicende di 7 amici in viaggio per il Marocco per un particolare desiderio di vivere la natura. Nel momento in entreranno in contatto con una particolare macchina fotografica, la loro vacanza si trasformerà
Il film nasce dall’idea di Francesco Gasperoni, lui che ha il doppio ruolo di sceneggiatore e regista. Tra i sette attori troviamo Antonio Cupo (già concorrente del reality show di rai2 “L’isola dei famosi”), il bello da comparsata che abbiamo visto in “Hollywood flies” e la cantante Manuela Zanier.
Il film assume un tono particolare, qualcosa di molto spaventoso che va oltre la definizione di horror e richiama molto il recente “Turistas” (2006) di John Stockwell. Grande merito va alla fotografia anche se il cast non è così tanto esperto da poter assicurare una buona riuscita della recitazione totale del film. Altro particolare a sfavore è un confuso copione tempestato di dialoghi involontariamente grotteschi, soprattutto se si tiene conto che ad un certo punto viene tirata in ballo tanta, troppa fantasia. Peccato! Il film “made in Itay”, sprattutto di questo genere pare non voler fare un passo decisivo, ora si ricondano con piacere i veri e propri horror italiani degli anni 80′. Questo film è davvero molto distante!

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Fa’ la cosa sbagliata - The Wackness

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Il giovane protagonista Luke, accompagnato da una colonna sonora hip hop, è uno spacciatore di marijuana anche per aiutare economicamente i genitori, che trascorrono il loro tempo a litigare. Tra sogni ad occhi aperti e critiche alle politiche repressive del tempo (siamo nel 1994), il regista Johnatan Levine per il suo secondo film presenta un vero e proprio percorso di maturazione.
Tutti i personaggi vengono creati con una caratteristica comune pittoresca, tra tutti spicca Ben Kingsley, nei panni dello psicologo Squires che in gioventù assumeva acido, ascolta rock anni ‘70 e musica classica e fa sesso con una ragazza sballata.

In un comico susseguirsi di ruoli Squires e Luke si alternano nella fragilità; così, dopo che la moglie (la bellissima Famke Janssen) lascia il marito/dottore e un paziente si suicida, il primo si apre infine alla possibilità di un nuovo inizio e il secondo impara dall’altro ad accettare la sofferenza. Diventeranno inseparabili e uno parte dell’altro.

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Chéri

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Le cortigiane (prostitute d’alto borgo) all’inizio del XX secolo erano solite frequentare ed intrattenere i rampolli aristocratici nella magica Parigi. Lea De Lonval, nonostante sia ancora una donna molto affascinante, ha però deciso di abbandonare il mestiere. Arriverà il giorno in cui una sua rivale/collega le chiederà un importante favore: “preparare” il figlio, Chéri, alla vita da adulto.
Tra i due nasce però una forte passione, che si trasformerà in una duratura relazione amorosa.

Stephen Frears, regista inglese, una decina di anni fa mise in scena “Le Relazioni Pericolose” di Pierre Choderlos de Laclos; ora è la volta di due libri della scrittrice Colette, “Cherì” e “La fin de Cherì”. Deciso nel suo progetto ha deciso di affidarsi allo stesso sceneggiatore di allora e soprattutto ha voluto richiamare con sé la bella Michelle Pfeiffer, che già aveva lavorato con lui nel 1988, affidandole proprio un ruolo non troppo dissimile da quello che nelle “Relazioni Pericolose” fu della bravissima Glenn Close.
Così la donna sfrutterà la propria bellezza e avvenenza, senza tralasciare l’intelligenza, per migliorare la propria “professione”. Il film è intelligente e presenta questo forte scontro generazionale. Azzeccata la ricostruzione degli ambienti, la Parigi di inizio secolo scorso, sospesa tra l’antico e lo stile liberty che si impone. Ottima anche la colonna sonora che svolge al meglio il suo lavoro accompagnando degnamente le scene. Il film è leggero, ma raffinato e nonostante il tema trattato, non troppo impegntivo.

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Il messaggero

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Casa vecchia, non in ottime condizioni, ma con un pizzico di buona volontà tutto può essere reso migliore, no? Questa è l’idea di una famiglia che, a casa della malattia di uno dei propri figli, deve trasferirsi in una casa il più vicino possibile alla clinica dove il ragazzo deve seguire la chemioterapia. E come ogni trama di questo genere che si rispetti, la casa possiede qualcosa di strano: ci sono troppi individui, presenze in quella dimora che non vogliono vederli restare.

Dopo aver conquistato numerosi premi con “Ward 13″, Peter Cromwell presenta il suo primo lungometraggio cinematografico: basato chiaramente sulla manifestazione dell’orrore, il film e soprattutto lo stesso regista può affidarsi ad un cast ben fornito, come Virginia Madsen e Kyle Gallner, più legato al mondo della tv. Molto elevata la cura rivolta a scenografie, luoghi e fotografia, si torna a dar luce al cinema della “vera e vecchia” paura, dove anche il sonoro aveva un ruolo fondamentale (basta pensare al nostro incredibile Dario Argento e le sue colonne sonore tremende!).
Apparizioni improvvise, inquietanti visioni e spettri, sono elementi che si uniscono e rendono il lavoro particolarmente affascinante, la vostra attenzione sarà catturata da questa storia per tutta la durata del film.

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